TempIO per me 2.0

La novità offerta nel 2018 è TempIO per me 2.0, un percorso di gruppo con cadenza mensile condotto a quattro mani dalla Dott.ssa Serena Redaelli e la dott.ssa Rosaria Ljuba Lucariello, dedicato a tutti gli adolescenti che desiderano incontrarsi e confrontarsi su tematiche legate al processo di crescita individuale e all’incontro con l’altro in questa società complessa, liquida e post-moderna dove sempre più si avverte il bisogno di relazioni autentiche e senza veli.

I gruppi inizieranno nel mese di febbraio presso la sede di via Moneta del Centro Il Melograno

E se non fossero cosí terribili I “I terrible twos”? Scopriamo il messaggio evolutivo dei “capricci”

Se li chiamano “i terrible twos” ci sarà un perché… e lo sapete bene se come me, siete genitori alle porte del secondo compleanno del proprio cucciolo.
Accanto a momenti d’infinita tenerezza e a grandi dimostrazioni d’amore le vostre giornate, con grande probabilità, saranno costellate da tanti no, pronunciati con grande enfasi e convinzione, infinite dimostrazioni di ostinazione fino ad arrivare a scenate magistrali, arricchite da pianti, calci pugni… il tutto mentre il vostro piccolo è platealmente steso per terra, poco importa se siete a casa, al supermercato o al parco giochi. O forse un po’ importa, perché se ci fate caso, più pubblico c’è, più intense saranno le sue performances.
E a noi genitori cosa succede? Rabbia, Incredulità, impotenza, preoccupazione, fatica…queste sono le sensazioni più frequenti che minano il nostro senso di adeguatezza e la nostra serenità.
Ma allora cosa possiamo fare?
La rete è piena di consigli su come sopravvivere ai terrible twos, troviamo tantissimi suggerimenti e trucchi, alcuni anche validi, per aggirare il problema. Ed è per questo che qui non ne daremo… quello che faremo è provare a capire qual è la loro funzione in ottica evolutiva, sicura che ognuno di voi saprà poi trovare in modo creativo, le strategie giuste per aiutare i propri piccoli a diventare ancora più grandi.
Pronti?
Partiamo da qui: tutto ciò che noi chiamiamo per praticità “capricci”, per i nostri bimbi sono momenti fondamentali della loro crescita psicologica e della strutturazione della loro personalità. Affermano il fatto che i nostri cuccioli stanno crescendo e iniziano a definire la propria autonomia e questo è un evento di cui andare orgogliosi!
Se analizziamo un “capriccio” vediamo innanzitutto una reazione spropositata rispetto ad un motivo ai nostri occhi banale: un giochino non comprato, una maglietta che non è di suo gradimento, la merenda dell’amico che non è come la sua, la richiesta di essere imboccati e chi più ne ha più ne metta! Questi sono i motivi espliciti che scatenano il capriccio. Poi c’è un livello più profondo, nascosto ai nostri occhi, ma spesso anche alla consapevolezza del bambino stesso, un livello appunto dove si cela il vero motivo che ha mandato un po’ in crisi il nostro piccolo.
E qui viene il bello…come facciamo a capire qual è il vero bisogno?
Il nostro compito di genitori prima di tutto è quello di osservare il bambino e porci domande…
Partiamo dalle cose pratiche: “Cosa c’è in questa situazione che non lo rispetta? ”È stanco? Accaldato, affamato? O forse ci sono troppi stimoli? Gli sto proponendo un’attività che non è alla sua portata?”
Poi ci sono delle situazioni nelle quali il vero motivo parte dai bisogni profondi di ogni bambino, che se rispettati, lo aiuteranno a crescere in modo sereno ed equilibrato.
Approfondiamone uno: bisogno di ottenere riconoscimenti1 ben approfondito dallo psichiatra Eric Berne. Grazie agli studi di Spitz 2,sappiamo che fin dalla nascita, uno dei bisogni fondamentali del cucciolo d’uomo è il contatto, l’intimità fisica. Questi stimoli, al pari della necessità del cibo, sono essenziali per uno sviluppo sano.
Da adulti il bisogno di contatto fisico viene modulato e trasformato
in bisogno di riconoscimenti: sguardi, gesti, comportamenti, parole che ci fanno capire che l’altro ci ha riconosciuto e preso in considerazione.
I riconoscimenti sono intesi come nutrimento vitale, paragonabile al cibo: se non li otteniamo ci sentiamo deprivati. Nell’infanzia si prova ogni tipo di comportamento per scoprire quello che può soddisfare il proprio bisogno di carezze( cosí sono chiamati i riconoscimenti in Analisi Transazionale) e quando si rivela utile si tende a ripeterlo. Intuite il collegamento con i nostri cari capricci?
Il tentativo di trovare risposte al bisogno di riconoscimento è così forte da portare l’essere umano ad “accontentarsi” anche di riconoscimenti poco piacevoli e/o decisamente sgradevoli. Infatti se non si ricevono abbastanza carezze positive, se ne cercano di negative.
Osservando il comportamento dei bambini è facile comprendere quanto essi preferiscano escogitare sistemi per ottenere carezze negative, piuttosto che rimanere nella totale indifferenza.
Questi accenni iniziano a darci alcuni indizi sul significato dei capricci, che quindi possono essere intesi come uno dei modi che il bambino utilizza per ottenere riconoscimenti, anche se negativi e poco piacevoli. Il bambino ci sta dicendo ”Ehi guardami, sono qui…ho bisogno che tu mi veda e ti dedichi a me, non ce la posso fare senza di te!”
Ora sta a me farvi una domanda…non sarebbe tutto più semplice se tutti noi ci permettessimo di chiedere direttamente le attenzioni di cui abbiamo bisogno? E non parlo solo dei bambini, anzi… L’idea è un po’ questa: se impariamo a chiedere apertamente ciò di cui abbiamo bisogno, il nostro esempio sarà educativo per i nostri bambini. Di conseguenza quando avranno bisogno delle nostre attenzioni, potranno chiedercele senza dover ricorrere a strategie poco funzionali, come i capricci appunto, per soddisfare il loro bisogno. Da piccoli certo sarà difficile per loro, ma con il nostro esempio crescendo diventerà per loro una cosa normale!
Nel prossimo articolo approfondiremo un altro bisogno profondo che attiva i “capricci” dei bambini: è il bisogno di misurare il potere, dei genitori e loro, parleremo quindi dell’importanza delle regole come strumento educativo capace di dare serenità ai bambini.
Nel frattempo però mi raccomando ricordatevi che un bambino che fa i “capricci” è un bambino “sano” che sta attraversando la sua crescita secondo tappe evolutive che piano piano lo porteranno a definire un’identità matura ed equilibrata.
Concedete a vostro figlio la possibilità di fare i “capricci”, gli servono per diventare grande e autonomo e piano piano scegliere la sua strada!

Dott.ssa Elisa Mariani
Pedagogista, Counsellor
Coordinatrice area Età Evolutiva
1 G. Magrograssi, Le carezze come nutrimento, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2003
2 R. Spitz, (1958), Il primo anno di vita del bambino. Genesi delle prime relazioni oggettuali, Giuni Barbera, Firenze 1962

Genitori ad alto contatto… O semplicemente “A contatto”

*Allattamento a richiesta? 10 punti *

*Cosleeping? 25 punti*

*Parto in casa? 50*

*Se poi usi anche la fascia portabebè 100 punti e sei la regina dell’alto
contatto.*

*Purtroppo troppo spesso sento parlar di alto contatto come di una ricetta,
quando non addirittura di una gara far “tutto giusto”… Perchè… se non dormi
con lui che mamma sei? Se gli dai “l’aggiunta” no no no… hai proprio
fallito… e ormai… non sarai più un “GENITORE AD ALTO CONTATTO”…*

*Ho riflettuto su cosa significhi per me mamma e per me Istruttrice Portare
i Piccoli, vivere un percorso genitoriale ad alto contatto e affiancare
altri genitori nel percorso portato “ad alto contatto”.  E l’unica risposta
che mi viene da dare è: “ma in fondo… che ci importa?”*

*Ok… sento già tremare il tempio… tuonare il dio dell’Alto Contatto e con
la coda dell’occhio sto cercando la via di fuga più vicina…*

*Ma, la mia risposta è davvero questa: non mi importa definirmi, ne
definire le coppie che vengono da me… In fondo ho sempre odiato le ricette,
i passaggi obbligati e adoro le variazioni sul tema. *

*Essere un genitore ad alto contatto per me è azzerare per un attimo il
giudizio basato sulla prassi genitoriale omologata, farsi domande banali su
cose che “pensiamo di sapere già” e darsi delle risposte autonome e sincere
e che spesso sono le più elementari… e da queste risposte nuove far
scaturire le nostre prassi di genitori.*

*Per me essere un genitore ad alto contatto significa prima ancora ESSERE
UN GENITORE A CONTATTO…  A CONTATTO COL BISOGNO DEL BAMBINO, mettermi in
ascolto, empatizzare con lui e col suo bisogno…*

*E allora proviamo insieme a metterci in ascolto e farci queste domande. *

*Chiediamoci ad esempio se un neonato debba stare nel silenzio, da solo,
fermo in una culla o se sia meglio portarlo su di noi in fascia…*

*Per rispondere analizziamo la condizione del piccoli PRIMA della sua
venuta al mondo.*

*Per nove mesi è stato DENTRO la madre. Immerso nell’orchestra del grembo,
un luogo rumorosissimo e caldo. Quel rumore e quel contatto uterino è stato
per mesi la prova che “VA TUTTO BENE”. Che c’è qualcuno con lui che fa un
gran rumore e si muove, cammina, si agita, su giù… Tutto questo gran
trambusto vuol dire che lui non è solo e che è PROTETTO. *

*Col parto il piccolo ESCE da questa fantastica orchestra semovente e gli
si chiede di starsene da solo in un lettino fermo a passare il più del
tempo senza confine e contenimento, senza calore se non quello di una
copertina e spesso senza rumori intorno. *

*Abituato all’orchestra del grembo, al continuo movimento viene sbattuto in
un universo fatto di VUOTO. Non c’è più quel rumore, non c’è più quel
calore, non c’è più quel movimento. Non c’è nulla intorno… Non c’è NESSUNO…
Sono solo…  Pericolo… pericolo… sos… piango strillo… mi agito…*

*Bene. Ci siamo fatti la domanda, abbiamo valutato le condizioni precedenti
sulle quali comprendere il BISOGNO attuale del bimbo.*

*In questo momento siamo a tutti gli effetti GENITORI A CONTATTO. *

*A CONTATTO COL SUO BISOGNO.*

*E ora possiamo darci una risposta. *

*Ciascuno per conto suo. *

*E questa risposta sarà il nostro personalissimo sentire, la nostra ricetta
su come saremo GENITORI “A CONTATTO COL BISOGNO” DEL BAMBINO. E che questo
poi venga definito dai manuali alto o basso o medio o sghembo poco
importa. *

*Beh… Ammetto che sono convinta che nei più dei casi la vostra risposta vi
porterà automaticamente ad una scelta che ogni manuale definirebbe “ad alto
contatto”, ma sono altrettanto consapevole che nel caso ciò non avvenisse
quella sarà comunque LA SCELTA GIUSTA PER VOI.  *

*Non c’è nulla di più deleterio che leggere pile di manuali del buon
genitore ad alto contatto e darsi delle regole che non corrispondono
affatto al nostro sentire. Non c’è nulla di più deleterio di un genitore ad
alto contatto che non sopporta stare a stretto contatto…  Non c’è nulla di
più deleterio che fallire e sentirsi inadeguati…*

*Essere genitori ad alto contatto non significa “fare cose ad alto contatto
col proprio bambino” ma “essere sereni e naturali nel fare cose con proprio
bambino”. *

*Senza bisogno di manuali, o di studi scientifici.*

*Quelli servono dopo. *

*Per convincere le nonne ;)*

Manuela Montalbano – Istruttrice “Portare i Piccoli”

Racconti di parto allo Spazio Mamma

8 MARZO 2017

Che giorno, se non proprio la festa della donna, è adatto per trattare un tema così delicato quanto forte come il parto?
Il parto segna da sempre il confine fra la vita passata e la vita futura di molte donne.
Ogni mamma si sa, è diversa dalle altre.. ma una cosa le accomuna tutte: il momento in cui hanno dato alla luce il proprio bambino è accompagnato da emozioni ambivalenti e fortissime, solitamente con un finale di gioia travolgente…nel momento in cui tutto è andato bene e si tiene tra le braccia il proprio cucciolo.

Ma, come ogni donna, ogni mamma è diversa, ogni parto lo è altrettanto, caratterizzato da emozioni, ricordi ed esperienze diverse, contrapposte e alle volte così lontane, ma spesso accumunate, poi, da radici comuni.

Il fuoco. Una scala che va verso l’alto. L’uscita da una grotta. Fiori colorati. Una mamma e un papà che si abbracciano. Una tempesta. Cosa accomuna tutte queste immagini? Sono immagini scelte da noi donne per aiutarci a parlare del nostro parto.

Silvia è la mamma di Matteo, di otto anni, e di Nicolò, di sei anni. Matteo è stato molto cercato, arrivato dopo un aborto spontaneo e nato tre settimane prima del termine. Per Silvia, il suo primo figlio è stato come un arcobaleno dopo una tempesta: una gravidanza vissuta non serenamente: finita con un ricovero ospedaliero di una settimana prima del parto, durante la quale si ricorda che le veniva detto di “tenere duro”. Matteo è nato dopo una vera tempesta di ossitocina! Ma appena Silvia lo ha avuto tra le braccia, tutto il resto non contava più nulla. Nicolò, di sei anni, invece è nato con parto cesareo e questo è l’unico, ma grande rimpianto di Silvia : sente che “l’hanno fatto nascere” più che essere stata lei a darlo alla luce, non ha potuto stringere a sé il suo bambino appena nato e tuttora si sente rammaricata. La consapevolezza di quanto è successo nel dare alla luce Nicolò emerge sempre più nitida con il passare del tempo, e c’è ancora un dolore di cui Silvia sente di dover avere cura. Silvia ha imparato ad essere una donna più forte grazie al venire al mondo dei suoi figli.

Serena racconta della nascita dei suoi due bambini: Rebecca, di quattordici anni (che ormai bambina non lo è più!) e Francesco, di sette. L’ attesa e la nascita di Rebecca,un po’ (ma non troppo) inaspettata e vissuta in giovane età, le ha stravolto la vita, le ha dato forza nell’affrontare tutto il resto. Questo parto viene ricordato al buio, con una luce di tranquillità finale. Durante la seconda gravidanza, si è riscoperta più consapevole e matura. “Consapevolezza non è però sinonimo di sicurezza”, dice Serena, “più conosci la realtà delle cose e più ti senti grande, più puoi avere paura che possano andare male ed il pensiero di una “catastrofe”, per una mamma in attesa, può diventare un macigno sullo stomaco”. Nella sua esperienza, è sempre prevalso uno sguardo positivo al futuro e una fiducia di base, ma l’esperienza del secondo parto è sicuramente stata più impattante dal punto di vista emotivo, poiché , davanti ad alcune difficoltà, la mamma di Francesco era più attenta e “presente” su come stessero andando le cose: un parto vissuto come una tempesta, e con attimi di paura e di distanza fisica dal proprio bambino, che, dopo essere uscito con l’utilizzo della ventosa, è stato subito portato via per essere visitato dal pediatra…questo momento è ancora vissuto con tristezza e come una sorta di “scissione” nella relazione con il proprio bambino. Dall’esperienza del parto e della nascita ha imparato che niente è scontato e che le cose possono sempre sorprenderti. I parti dei suoi due figli raccontano tanto di quello che è stata ed è la sua relazione con ciascuno di loro.

La mamma di Andrea, sette anni e figlio unico, descrive suo figlio come se fosse due bambini insieme: “è maschio e femmina contemporaneamente, è un bambino dolce e sensibile, ma al contempo è un piccolo uragano”. La mamma, prima di dare al mondo Andrea, ha purtroppo attraversato l’esperienza dolorosa dell’aborto spontaneo, e anche la gravidanza di Andrea non è stata semplice: per motivi di sicurezza ha dovuto vivere l’attesa in casa e, al momento del parto, ha dovuto subire un cesareo programmato, sebbene di quell’evento conservi un bel ricordo, grazie anche al personale ospedaliero e alla possibilità che ha avuto sin da subito di averlo tra le sue braccia . Andrea per lei è stato un arrivo, un traguardo.“Di tutti i ruoli che ho, l’essere mamma è quello fondamentale per me”. L’unico rimpianto che le rimane è sul non essere stata in grado, e forse aiutata adeguatamente, nell’allattare il suo bambino.

La storia di Fiammetta, mamma orgogliosa di tre bambini:inizia con Isa, di otto anni, nata in acqua: quel parto è un dolce ricordo; ci confessa che il momento più bello è stato il travaglio in acqua, nell’intimità della sua casa prima di recarsi in ospedale. Per lei il parto di Isa è il colore e la freschezza della novità e dell’inaspettato. Il parto di Luca, nato in casa, tre settimane prima del termine, è stato il parto della consapevolezza, un po’ più difficile tecnicamente da affrontare e caratterizzato dalla presa di coscienza di ciò che il corpo “da solo” è in grado di fare . Per ultimo è nato Davide,l’istinto puro, anche lui nato in casa in un parto di 30 minuti, senza ostetrica, dove mamma e papà hanno messo in pratica l’insegnamento acquisito negli altri due parti ovvero il “lasciar fare”. Fiammetta è stata profondamente cambiata dai suoi parti e dalle sue maternità: ha scoperto il potere del femminile in tutte le sue sfaccettature, competenze, forze e fragilità.

Sul finale di queste e altre storie l’intervento di Giulia, donna e ostetrica, nasce dall’ascolto dei racconti e riallacciandosi alle loro parole, Giulia riconosce alle donne l’importanza dei loro vissuti, di questa esperienza così totalizzante che è la nascita dei loro bambini. Coglie così l’occasione per introdurre un altro punto di vista che ancora non era stato toccato. C’è, infatti, qualcun altro, oltre al bambino ovviamente, che vive un’esperienza unica al mondo: i papà. Spesso purtroppo vengono messi in disparte, vengono poco coinvolti, ma anche loro hanno qualcosa da raccontare e forse per loro è anche più difficile. Perché, si sa, spesso gli uomini hanno più difficoltà a parlare di qualcosa che li sconvolge, di così emozionante come il parto della loro compagna. Ma ecco il loro ruolo chiave nel vissuto del parto delle donne: sono i testimoni. I testimoni di quello che è successo “nella realtà”, perché spesso le donne in travaglio sono in un “mondo parallelo”, perdono la cognizione del tempo (giustamente la parte istintuale e irrazionale prevale sulla razionale e così deve essere) oppure dimenticano alcuni momenti. Assistere ai neo papà che raccontano e parlano insieme alle neomamme dopo il parto della nascita del loro bambino è qualcosa di unico: vengono messi insieme i pezzi di un ricordo che spesso è frammentato. La donna porta la sua parte: “mi sono sentita così…”, “ho pensato che…”, “è stato come se…” e l’uomo porta il suo contributo e spesso è lui a rispondere alla domanda “ma tu ricordi questo preciso momento?”. E sì, loro se lo ricordano.

Questa integrazione di ricordi, questo riunire le parti di un ricordo vissuto di una potenza incredibile tiene la donna, la contiene e la protegge. E’ un “permesso”, un attestato di riconoscimento alla donna che sentendosi dire “ti sei sentita così perché… e questo è assolutamente normale”, dà un nome al suo sentire e lo rielabora. Che sia stato un parto naturale, un parto cesareo, con epidurale, senza epidurale, che sia durato tanto o poco non è importante. E’ importante parlarne, riparlarne, ripeterlo, ripercorrerlo, e non importa se ogni volta il racconto è un po’ diverso, questo è quello che le donne vogliono. Giulia ha sentito dire “come avrei voluto riparlarne con qualcuno”, “come avrei voluto chiedere al mio compagno come l’ha vissuto lui”, “che cosa mi è stato detto e che cosa ho fatto perché non ricordo tutto”.; ha ascoltato tanti racconti di parto dalle donne: le donne chiedono e vogliono sapere tutto, vogliono avere tutti gli elementi per rielaborare loro esperienza. Questo non significa avere il “video” del parto e conoscere assolutamente tutto di ogni momento loro, un alone di mistero intorno a questo evento, che ha del miracoloso, c’è sempre, le donne han solo bisogno di tutti gli elementi che chiedono loro, perché quelli sono quelli utili a loro. Solo così si può prendere atto di quanto è accaduto, di come si sono sentite e come si sentono ora, di quello che ora sanno di loro stesse, dei loro compagni, del loro bambino. E da qui ripartire.

E questo è stato quello che è stato fatto oggi, 8 marzo 2017: abbiamo messo insieme altri pezzi, siamo cambiate, abbiamo ascoltato e abbiamo raccontato. Le donne si sono messe in gioco su un argomento così delicato. Un racconto ci cambia. Cambia sia il mittente, colui che dice, che il destinatario che ascolta. Un racconto che non è un racconto qualsiasi ma il centro di tutto: la nascita di un figlio. Una mattinata “terapeutica” e la terapia non è solo prendere un farmaco, la terapia può significare incontro, e cosa c’è di meglio che una terapia che non ha effetti collaterali, non ha contrindicazioni, non c’è il sovraddosaggio? Nulla. Ecco perchè giornate così andrebbero ripetute, perché fanno bene. E anche sentire i racconti delle altre donne fa bene, spesso si scopre di quanto si è simili o di quanto si è diversi. E’ stato un “esserci” anche quando non si era lì. Ma esserci ora perché anche se sono passati anni quello che si scopre ogni volta a dirlo è tanto. E’ questa la forza delle donne: ci sono.. Perché a partorire non è solo corpo e non è solo mente, è tutto. E come ci si prende cura del corpo dopo il parto ci si deve prendere cura dei vissuti e dei ricordi.

E così, l’esperienza del parto, spesso raccontata a tratti, necessita di essere ripresa, narrata e ri-narrata dall’inizio alla fine perché permette di entrare in contatto con le nostre parti emozionali più profonde. La narrazione ci aiuta a mettere in ordine idee, pensieri e vissuti, permettendo l’elaborazione dell’evento. Narrando e ri-narrando le loro parti, noi donne abbiamo sentito che si siamo prese cura delle loro ferite.

Due sono le forze che governano il parto: il fuoco e l’acqua, i due elementi simbolici che sono stati prevalentemente scelti anche dalle partecipanti di questo incontro. Siamo dotate di entrambe le cose: di fuoco, cioè di quell’energia più maschile che permette di affrontare il dolore, le spinte, ciò che accende la motivazione e la passione, ma anche di acqua, l’altra forza più morbida, che accoglie, accompagna e permette di avvolgere il proprio bambino. Il fuoco scalda l’acqua, e l’acqua modera il fuoco. L’una si trasforma nell’altra continuamente, ma alla fine è la forza dell’acqua che predomina. E il dolore si trasforma in gioia, la frustrazione in capacità di dare la vita. Ed è questo che ci rende uniche e speciali…semplicemente donne.

Scritto a “più mani” da Debora Comi, Simona Ghedini, Silvia Piovella, Serena Redaelli, Benedetta Rivolta, Fiammetta Sala, Giulia Toffolo.